Prendendo spunto da un frammento di Novalis (“Se avessimo una Fantastica, come una logica, sarebbe scoperta l’arte d’inventare”) Gianni Rodari compose una
Grammatica della fantasia nella quale s’illuse di rispondere alla domanda:
Come si fa a inventare le storie? Dal saldo del debito con surrealismo e psicanalisi, cadaveri squisiti e libere associazioni, Rodari giunge ai lidi estremi della letteratura potenziale e generativa: le storie s’inventano da sole, sostituendo sillabe, accostando parole e inseguendo gli universi rappresentati dai nostri errori (“In ogni errore giace la possibilità di una storia”). L’autore lasci a funzioni casuali la fermentazione dei significanti, e colga i significati che ne emanano. A questo punto basterà davvero poco per costruire un racconto, riempiendo lo spazio che il procedimento avrà accennato. Precorrendo questi precetti
Raymond Roussel si limitò ad articolare un libro intero (
Locus Solus) tra una frase e la sua riscrittura fonetica (come documentato in
Comment j’ai écrit certains de mes livres).
È indubbio il fascino di queste speculazioni: ma Rodari per eccesso di umiltà (e Roussel per eccesso d’ironia) sceglie di tacere tutto ciò che nell’atto creativo non si risolve in automatismi e generazioni spontanee. Accenna soltanto: “Novantanove matrimoni celebrati con questo rito falliscono al pranzo di nozze: il centesimo si rivela felice e fecondo”. Una proporzione sicuramente più ottimista di quella che
su scala infinita attribuisce a una scimmia la paternità dell’opera omnia di Shakespeare; ma che nello stesso modo rende palese la necessità dell’arbitrio creativo. Insomma dell’
autore, che lungi dall’essere un mero funzionario organizza
a priori la produzione di rappresentazioni. Come nella scienza non basta accumulare esperimenti (lasciando che una teoria si tragga da sé), ed è anzi opportuno ricorrere alla fantasia come principio ordinatore, anche nell’arte il sogno dell’induzione deve lasciare posto ad una più realistica
abduzione.